sabato 27 luglio 2013





Giovani giorni 





Bagliori di rugiada



Avevo appena perso il mio lavoro, ma la cosa per me non aveva la minima importanza. Bighellonavo per la città senza arte né parte, fermandomi ogni tanto a guardare le vetrine delle boutiques, perfettamente addobbate, meravigliosamente creative, proprio come piacevano a me. Era uno dei miei più grandi piaceri, allora, passeggiare per le strade, fermandomi davanti ai negozi. Adoravo vedere come veniva esposta la merce, nessuno se ne rende conto ma è terribilmente creativo. Me ne stavo lì, davanti a una vetrina di dolci e caramelle, quando la notte venne a prendermi. Si era presa le sembianze di Luca, un ragazzino sedicenne, come me. Luca mi toccò la spalla da dietro, lo conoscevo da un pezzo e non ne fui sorpreso. “Kev! Cosa ci trovi in questa vetrina?” “Niente”, bofonchiai, non mi andava di spiegargli quanto in realtà mi piacesse. “Andiamo giù al ponte! sotto al molo”. Gli andai dietro, senza entusiasmo, pensai che non avevo nulla da fare, perché non avevo un lavoro. “Vieni con me, ci fermiamo dove passano le barche”. Ricordo che quel posto piaceva molto ai bambini perché i marinai facevano sempre suonare i loro “clacson” quando passavano, così per divertimento. Ci sedemmo vicini, i piedi sfioravano l’acqua, Luca aveva un’espressione terribilmente seria. “Vuoi provare qualcosa di grande? Non voglio tenerlo solo per me”. “Sì dannazione” risposi. Ero arrabbiato, sconvolto per essere stato cacciato dalla bottega di Soldati, vecchio puzzolente, avevo fatto del mio meglio. Guardavo Luca era tutto l’opposto di me, era febbricitante. Tempo dopo, ripensando a quel pomeriggio, il più meraviglioso e cupo della mia vita, capii che era sconvolto e aveva solo bisogno di qualcuno che lo accompagnasse mentre faceva il salto. Mi portò con sé, né io né lui ci rendevamo conto di cosa stavamo facendo. Due pillole rosa, una per ciascuno. La mia la buttai giù con rabbia, senza pensarci. Ricordo che aveva appena cominciato a piovigginare e le gocce mi bagnavano il viso. Quello che avvenne dopo lo tengo ben stretto nella mia memoria. Non sarebbe dovuto succedere. Fu enorme, fu troppo, fu straordinario. Non posso descriverlo con le parole. Dico solo che fu come essere una farfalla che ha appena imparato a volare. Vidi elefanti di luce vibrare nel cielo, pensai per tutto il tempo di stare camminando, correndo attorno alle stelle.
Sono passati anni e adesso sono qui, chiuso fra le pareti di questa clinica, non potrò più uscirne. Sto solo approfittando di un attimo di lucidità per scrivere i miei pensieri, per liberarmi di tante paure, delle mie angosce. Manca poco, sono cosciente, mentre tutto sta per finire. Non so che fine faranno questi fogli, qualche inserviente forse li butterà, oppure li conserverà e qualcuno potrà leggerli, lo vorrei tanto. Così quello che ho passato potrebbe servire a qualcuno, a qualche ragazzo stupido e ingenuo, dannatamente incosciente come lo ero io. Tutto quello che accadde dopo il primo volo è stato terribile Non è possibile avere la forza per uscire da un vortice che ti trascina fino in fondo, che ti consuma, che brucia ogni istante. Da allora ho passato il mio tempo cercando di trovare la forza per riprendermi la mia vita, sognando di poter ricominciare tutto da capo, di guardare il mondo con gli occhi di un bambino. Nessuno può capire quanto sia importante tutto questo, quanto sia davvero importante, io lo so. Ho passato anni vedendo il cielo oscurato da un’eclissi che non ha mai avuto fine, sono un junkie, ho vissuto una dipendenza. Ho buttato via tutto in un istante perché ero stato deluso. Vorrei dire questo anche soltanto a uno dei ragazzi che stanno per precipitare nel mio stesso incubo.
Se avessi amato di più la vita non l’avrei gettata via così stupidamente. La mia vita, la cosa più importante che avevo.
Dio mi punirà per aver fatto questo, oppure mi darà una pacca sulla spalla, e poi mi consolerà. Non manca molto a scoprirlo






Angelo in volo 


 



La scia di una cometa  




La deriva


Il telefono suonò una, due, tre volte. Maddie se ne accorse e non vi pose nessuna attenzione, nessuno poteva essere veramente intenzionato a parlare con lei. Lo pensava davvero e la sua convinzione era tanto forte, fino ad essere pericolosa. Si era appena svegliata. Lasciò scorrere il tempo scorrere senza chiedersi perché stesse passando. Era un giorno silenzioso. Da pochi mesi era diventata adulta, aveva oltrepassato il confine tra una vita spensierata e inconsapevole e un’esistenza in cui per la prima volta il futuro appariva come qualcosa di pericoloso, come una terra difficile da conquistare. Le bottiglie erano tutte sul tavolo, vuote a una prima occhiata, in realtà piene della sua solitudine. Le serviva molto più di una scossa, perché tutto questo era sbagliato e di questo lei in fondo era consapevole. La casa era immersa nel silenzio, i pensieri se ne andavano sempre più lontano, Maddie sprofondò nel sonno. Fuori la città da un pezzo si era messa in moto e brulicava di rumori, di parole urlate, di chiacchiere e vociare. Fin da quando era arrivata in città si era sentita un’intrusa; la sua testa era altrove e non teneva il passo con il carattere di un posto tanto incredibilmente laborioso. Incompatibili. Questa era la parola esatta che Maddie usava per giustificarsi con i suoi genitori per spiegare il suo rapporto con Milano; era una città senza riguardo per nessuno, una città che non ti accoglieva, anzi. Ma solo chi ci viveva poteva capirlo. Tornare a casa? No, la provincia era un posto per bambine, Maddie invece voleva essere una donna. E’ solo che qui bisognava battersi per esserlo. Qui dove il lavoro era pagato il minimo, la vita era cara il doppio e la vita sociale aveva il costo di un aperitivo. Ma tutto questo era una prova, una sfida buttata lì dalla vita. Maddie era triste perché non lo capiva, per anni aveva dato tutto per scontato, per anni tutto era sembrato facile, e così ora le difficoltà apparivano come degli scogli che oscuravano la vista del mare, così impossibili da valicare.  Il telefono squillò ancora, in modo addirittura impertinente. “Mmm … Pronto ?” “Maddie? Ci sei?” “Angela, ma che ore sono?” “Sei sveglia? Dormi?” “Mmm … No, quasi sveglia” “E’ domenica oggi, passo da te? Ti porto a Varenna, andiamo a vedere il lago”  “E’ vicino? Quanto ci mettiamo?” “Boh, un’oretta, dai, stiamo insieme, prendo la macchina e vengo lì” “Ehh … va bene, ti aspetto, hai già fatto colazione?” “Io sì dai, preparati,  arrivo”. Così Angela mise giù il telefono e per un attimo fu tanto triste, ma solo per un attimo, perché aveva già capito cosa aveva fatto Maddie da sola la sera prima e ne fu dispiaciuta. C’era questa differenza fra i loro due caratteri: Maddie si chiudeva sempre in se stessa, mentre Angela se la andava sempre a riprendere, ed era felice di poterla ritrovare. Questa felicità poteva dare un senso alla giornata. Per Angela la felicità nasceva dallo stare insieme, Maddie invece era introversa, troppo cupa. Sembrò passare un attimo, un attimo breve e partirono, Varenna era molto vicina. “Ma ci sei già stata?”  “Sì vedrai che bello, c’è anche tanta gente ... poi ti passa anche il musone” “Mmm …  sono terribile oggi, per fortuna mi hai tirato giù dal letto” “Ci vuole la domenica per andarsene via, questa città non è nostra. Varenna mi piace tanto invece, ci sono anche i cigni, ci prendiamo un gelato sul lago e poi c’è anche una villa bella, mi pare Villa Monastero si chiama, ci è andato tipo Napoleone, me lo ricordo perché ci sono stata. Metti su la musica, Where is my mind dei Pixies”. In un attimo c’era solo la strada, costeggiava il lago. “Ma che bella è questa strada! È di fianco al lago, a due passi” “Davvero”.  Solo curve, una curva dopo l’altra, i visi quasi sempre rivolti verso il lago, una giornata appena iniziata, le onde a un passo da loro  “Ma è così bello questo posto? Come l’hai trovato?” “Sai perche sei triste Maddi? Perché non hai un rapporto con la natura. Finito il lavoro ti chiudi nel tuo monolocale e via. Non è colpa tua, certo, ma io sono la tua amica  e devo dirtelo”  “Mmm … Mi piace perché quando mi dici queste cose, così a bruciapelo, non mi offendo neanche” “Brava, è perché non è un’offesa, io sempre la domenica vado o in montagna o al lago, ovunque ci sia qualcosa che mi riporti alla  realtà, e la realtà non è la strada asfaltata intorno a cui abitiamo ma la natura, pensa che in fondo l’uomo è sempre stato a contatto con la natura,  per secoli. Pensa a quando attraversava gli oceani, lasciandosi guidare dalle stelle. Oppure al fatto che ci sono erbe con le quali ti puoi guarire: i monaci guarivano le persone perché conoscevano tutte le piante utili, andavano insieme a raccoglierle e le conservano nei conventi” “Facevano anche la birra” “difatti non era come quelle nelle bottiglie al supermercato” “Sembrerebbero passati secoli, invece in fondo è durato fino a poco tempo fa” “Bene mi piace che siamo diventate intellettuali, proprio mentre ascoltiamo i Cure. Secondo me, ora tutto sembra apparentemente più facile, ma l’uomo spiritualmente si è molto svuotato. E’ che tutto è in mano ai computer, prima dicevamo dell’uomo che attraversava i mari tracciando le rotte con le stelle, adesso non è più così. Sali su una nave, dici al computer la rotta e quello ti porta, il più è fatto e puoi andare ovunque, però se ci pensi dev’esserci in questo molta poca soddisfazione” “Sì, credo anch’io, tutte le navi, gli aerei, i treni sono guidati dai satelliti, praticamente il popolo che comanda è quello che governa il cielo. E se tipo un meteorite mettesse fuori uso dei satelliti qui sotto si spegnerebbe tutto, game over, e noi non sapremmo più dove andare” “Davvero. Pensa alla differenza con l’uomo dei secoli passati e con quello di oggi. Ti parlo dei viaggiatori, ogni rotta che conosciamo è stata scoperta da qualcuno che si è spinto per primo dove non c’era un sentiero da seguire. Ogni viaggio portava con sé una volta finito una nuova conquista. Ora non funziona più così, noi non abbiamo per nulla questo stimolo” “Non ci avevo mai pensato” “Neanch’io sai? Me l’hai fatto venire in mente tu adesso” “Quindi mi stai dicendo che paradossalmente noi pensiamo di essere molto evoluti, ma in realtà stiamo andando indietro, perché non conosciamo più la terra su cui camminiamo” “Beh, sì ... Secondo me noi oggi passeremmo una bella giornata tutta immersa nella natura. Secondo me la natura oggi farà talmente bene alle nostre anime che riusciremo a sopravvivere una settimana inscatolati nel nostro ufficio”. “Davvero, inscatolati è il termine giusto” “Questa cosa di cui parliamo, la vedi benissimo nell’arte. I pittori di una volta impazzivano per rappresentare la natura, perché era la cosa più bella che avessero mai visto. Guarda i girasoli di Van Gogh, o le ninfee di Monet. Adesso invece non c’è un pittore che sappia dipingere una rosa, probabilmente perché non gli interessa neanche. Eppure se io fossi un artista, penso che impazzirei per riuscire a riprodurre sulla tela i colori dell’alba, la dolcezza di un sorriso, le sfumature del cielo della sera, Dio è il primo artista” “Ok, ti seguo, quindi mi stai dicendo che tipo questi pittori, tutti, rappresentavano la natura e che alla gente piaceva l’arte perché ci vedeva qualcosa di bellissimo e di tangibile, qualcosa che conosceva” “Già, adesso invece gli artisti sono chiusi nei loro mondi … e  rappresentano solo quello che interessa a loro.  “Quindi l’arte invece di essere una cosa in cui si riconoscono tutti è un mondo privato. Così tu non puoi capire fino in fondo un quadro ...”  “Ma secondo me questo ha conseguenze sociali … del tipo: pensa che una volta i pittori si riunivano in gruppi. Se tu ad esempio vivevi nell’Ottocento e ti capitava di passare di fronte al Golfo di Napoli ti saresti trovata di fronte una schiera di pittori che stavano dipingendo il mare, e poi lì ti vendevano il quadro. Capisci che contatto diretto con la natura? Il pittore e il compratore amavano la stessa cosa. Non avevano la fotografia, e così si portavano a casa il loro pezzettino di golfo da guardare”. “E quindi dici che adesso uno neanche penserebbe di prendersi un dipinto che raffigura il cielo, perché per noi è banale, mentre tempo fa aveva un significato intimo, magico … Poi d’un tratto le parole di Angela si fecero lontane, di colpo tutto sembrò sparire, come in un vortice, Maddie si svegliò, di soprassalto. La stanza tremava tutta, cadevano i libri, i cd, tutti i piatti, in pochi secondi una forza spaventosa sembrò prendersi il controllo di ogni cosa, un terremoto, pochi attimi, così intensi, pochi attimi e tutto passò. Maddie era nel suo letto, confusa, non aveva avuto neanche la forza di alzarsi, si guardò intorno, vide tutte le bottiglie vuote per terra, ma quante erano? Vide la finestra aperta, di fronte a sé, non si era buttata … Si sentiva male, era come se dentro stesse bruciando, in un momento se ne ricordò: aveva preso tante pillole …





Il buio


 



Animali fantastici





In Limbo


La mia vita l’ho trascorsa fra le camere d’albergo … è passata come un  treno in corsa … Roma, Parigi, Lisbona … non pensavo di fermarmi proprio adesso, mi sembra così ingiusto … Questa malattia è diventata la mia padrona, è arrivata di nascosto. Si è presa il mio tempo, mi ha imposto una routine nauseante, medicine, sempre alla stessa ora, pensieri ricorrenti, l’ansia ... Non suono neanche più, suono così poco, non ho più fiato ... Avessi almeno una speranza, ma ormai è troppo tardi. Solo tutta la fatica, l’impegno che ci ho messo, ormai ero padrone del mio talento, e ho solo trentadue anni. E ho inciso così poco, mi sarebbe piaciuto lasciare più tracce delle mie idee.  Ma ho rimpianti? Forse no, in questo perlomeno sono fortunato, ho avuto un talento e ho dato il massimo. Ho provato a dare il meglio che potevo, ero diventato anche meglio di quello che avrei potuto essere, solo per poco tempo, neanche un mese … ma in quel mese ho registrato il mio album. Un musicista lo sa quanta fatica ci vuole per arrivare al massimo, poi si scende, a poco a poco, non si riesce a rimanere sempre allo stesso livello. Adesso per esempio è come se non avessi emozioni, non ci sarebbe nessuna magia se suonassi. Beh, almeno non ho rimpianti, le mie cose le ho fatte sempre con piacere e senso del dovere. Magari però potevo divertirmi un po’ di più, sono stato tanto severo con me stesso … sì questo sì, se tornassi ad essere normale, mi andrei a divertire di più. Ma forse è per questo che non ho poi così paura della morte, sono abbastanza a posto con me stesso. Se non mi fossi ammalato avrei continuato come prima, come un treno in corsa, che non si ferma in nessuna stazione. Ho dato tante emozioni alle persone, per questo è sempre bello suonare. Stanno tutti lì, sotto al palco, per ore intere, e quando arrivi li senti esplodere. Vogliono sentirsi vivi, è sempre lo stesso, in ogni angolo del globo. Ne hanno bisogno della musica, mi spiace adesso non poterli accontentare ma questa malattia si è portata via tutto, si è portata via anche le vite dei miei genitori. Si sono spenti. Non se ne faranno una ragione. Ma perché è dovuto succedere? Che logica ci può essere dietro, sempre che ci sia ..  ma sì che c’è …  i miei da soli … ascolteranno sempre i miei dischi. Sì la mia musica è la mia voce, ma tutte le mie idee … Ne ho ancora, potevo farne ancora di dischi, perché deve finire così presto? Forse avrò delle colpe, ma non so quali … ma uno adesso si ammala perché ha delle colpe? Non c’è logica, è così … Ma è così terribile, se penso a come stavo un anno fa, avevo la salute, cos’altro serve? Però forse non mi dovrei abbandonare così … potrei continuare a lottare. Non sarebbe di conforto per i miei? Mio papà fra qualche anno potrebbe anche esserne felice ... sì, questa non l’avevo ancora pensata. Mi ci devo sbattere la testa per un po’… Già, e poi perché no? Chi lo sa che invece posso farcela a tirare avanti per un po’… Ma poi non ho sempre fatto così? Ho sempre tentato di superare i miei limiti, è così quando sei un ragazzo. Fai addirittura troppo perché hai un eccesso di forze e non sai distribuirle … Sì, è così,  non devo mollare, che vada tutto al diavolo. Non mi devo chiudere nella convinzione che andrà tutto a rotoli. Mi ci devo buttare, come ho sempre fatto. Perché sono diventato così? È solo perché questa malattia mi ha reso debole. Si è presa prima il corpo, mi ha stancato e poi si è presa la testa. Non mi devo rassegnare, e poi magari una volta di là sarà anche bello dire che ho dato tutto … se ci do dentro di più quel giorno arriverà più tardi. Devo farlo per i miei genitori … Vivremo sperando che quel giorno giunga più tardi. Più tardi possibile. Ci devo credere, lo devo fare per loro. Tutti i sacrifici che hanno fatto per me, quel giorno andranno tutti perduti, perduti come le gocce nella pioggia che cade, come questa pioggia qui fuori … quel giorno deve arrivare più tardi, devo fare il possibile, devo dare tutto ciò che ho, fino alla fine, ho perso subito la testa …








Chitarra dimenticata con figura in un interno

Copia da un dipinto del pittore Egidio Oliveri 
(1911 - 1968)







La danza 

(Copia da una ceramica di Pablo Picasso)


 

La voce del silenzio

“Il silenzio, ma che sciocchezza, a chi potrà importare?” “A nessuno, credo, e poi fa venire in mente la solitudine” “Ma non sarebbe male parlarne, nessuno se lo aspetta, durante una lezione” “Sì ma questi sono per lo più anziani, vengono per sentire la conferenza e vogliono che parli di arte. La maggior parte vengono per non stare a casa da soli” “Ma forse per questo capiscono di più. Il silenzio, non c’è mai silenzio in questa città. C’è tanto caos, e poi eccolo qui il collegamento. Per gli artisti, per i pittori soprattutto, è fondamentale il silenzio. Hanno bisogno del più totale silenzio per concentrarsi e creare, è così che comincia la ricerca della spiritualità. Il silenzio ha comunque una voce, la voce del silenzio, gli artisti la possono ascoltare “Beh sì, dovresti fare un po’ di esempi, com’era la storia di Michelangelo quando ha scolpito il David? Sì è chiuso nel suo studio per mesi e nessuno poteva entrare. Aveva solo 26 anni. E poi in tutti riti di tutte le religioni c’è il silenzio, si vede che ce n’è bisogno. “Dove puoi trovare il silenzio se abiti in una metropoli? Ma sì, nei musei, ecco il collegamento, guarda un quadro, il suo silenzio dura da secoli, eppure quante cose può trasmetterti. Pensa quante cose dice un quadro e quante può dirne una pompa di benzina “Ci sei, da qui puoi partire, perché li fai anche ridere” Sì, voglio fare una lezione sul silenzio, forse è per questo che i musei nelle città sono sempre pieni. Ti ricordi a New York? Io mi ricordo quel contrasto fortissimo, dentro il museo Guggenheim stavano tutti zitti, e i loro occhi erano colmi di una pace … Appena usciti il loro sguardo mutava. C’erano già un sacco di rumori che li distraevano. In un attimo era svanita tutta la spiritualità. E io mi ricordo quando sono arrivato a Milano da Morbegno, tutta la prima settimana l’ho passata nei musei. Li ho visti tutti e adesso penso che c’era qualcosa, forse, in questo, di cui non ero cosciente. Morbegno è una città così bella e tranquilla, di provincia, piccola, io ci ho vissuto fino a diciott’anni. Poi sono arrivato qui, Milano era così bella quando sono arrivato, ma tanto diversa, io mi ricordo, in un solo attimo quanto caos c’era. Magari è per quello che sono andato subito nei musei. Perché lì c’era il silenzio di cui avevo bisogno, la tranquillità. “Vai sereno, parla di questo. A me già hai fatto venire voglia di andare in un museo. Quel quadro, c’era così tanta pace in quel quadro, il Ramo di mandorlo in fiore di Van Gogh. Era un regalo che aveva fatto a suo fratello, quando era nato il figlio ...







L'isola



 

L’errore
 
 
 

 


Sono così felice per te, perché non hai mai dovuto combattere contro la depressione, io mi auguro che sia sempre così per te, perché forse un giorno, non lo immagini, ma ti colpirà, forse riuscirà a farti del male. Io spero che non accada mai

Nei momenti più tristi che ho vissuto non facevo che ripetermi, io non sono qui, questo non sta succedendo. Ho pensato di non essere nulla più di un’onda, in un mare così grande … ero perduta, in un luogo dove nessuno veniva a cercarmi. Mi sono spaventata, e ho provato a fare l’unica cosa che pensavo fosse possibile, ho cominciato a leggere, così tanti libri. Ho visto centinaia di dipinti, e mi sono sentita liberata. Ho capito di poter contenere ancora tanta, tanta bellezza dentro di me.

Ho assimilato tutto, e poi un giorno mi sono svegliata e ho scritto una poesia, la sera su quella poesia ho fatto un dipinto. Da quel momento, ho smesso di sentirmi inutile, e ora so che non smetterò mai di disegnare e scrivere.

Ho capito questo: che soffrire è una debolezza che tutti hanno. Ho capito che l’unico modo per vincerla è darle un senso, darle un significato. Sono guarita così, ho vinto la mia depressione. Ora riesco a parlarne, e questo significa che è davvero finita

“Non ti era mai confidata con nessuno?”  No,  “e non hai mai pensato che ti avrebbe fatto bene parlarne?”  Mi vergognavo, mi vergognavo a dirlo. Pensavo che mi avrebbe segnato, che mi tutti mi avrebbero … etichettato .. non potevo

“Bene, è proprio su questo che devi riflettere. Perché questa è la radice della tua depressione. Tu credi di essere guarita, ma non lo sei. Non voglio spaventarti, ma il modo in cui hai risposto alla mia domanda dimostra che non ne sei uscita, anche se tu lo credi “… perché, perché … non ne sarei uscita?” “ … Sapresti arrivarci tranquillamente, da sola, ma ora non puoi, perché sei sconvolta interiormente. Ma devi ripensare bene  a quello che mi hai detto.

Hai detto che non ti sei mai confidata con nessuno. Mai. Perché ritenevi che ti avrebbero derisa, che ti avrebbero bollata. Sta tutto qui, è questa la chiave di volta, quello su cui dobbiamo lavorare

Tu non ti fidi delle persone, non hai fiducia in loro. Non è che le temi, non hai paura di loro, però pensi, sbagliando moltissimo, che se ti avessero visto soffrire, non ti avrebbero aiutato. E’ vero, è vero sai. Molti non ti avrebbero per niente aiutato, anzi. Dentro di sé avrebbero anche riso. Ma c’è una minima parte di persone che si sarebbero avvicinate a te. Attenta ora, non sto dicendo che ti avrebbero compatita. E’ tutt’altro.

Mi hai confidato che senti di essere stato salvata dall’arte, questo mi fa pensare che tu sia stata in musei, al cinema.

Prova a pensare ora, a quante persone, contemporaneamente,  si ritrovano in questi spazi. Pensaci bene, sono centinaia, tutte mosse dagli stessi interessi. Eppure tra di loro c’è, come un muro di gomma, nemmeno si parlano, guardano, e tutto quello che vedono lo tengono dentro di sé, diciamo che in un certo senso, non possono restituirlo. Pensa invece, se fra tutte queste persone, ci fosse uno, uno che fa la guida, di solito è una ragazza. Lei ha la stessa passione che hanno gli altri, ma il modo in cui interagisce è totalmente diverso. “Perché?” …

Perché lei può trasmettere ciò che ha dentro di sé agli altri. Questo le darà felicità,

prova a immaginarlo. Inizialmente, lei sarà quasi spaventata dalla folla, intimorita. Ma dopo aver cominciato a parlare, le passerà. Non perché si abituerà gradualmente allo stress di parlare in pubblico. Ma perché lei ha bisogno, ha tanto bisogno di trasmettere la sua passione agli altri

“Allora io capisco, cosa mi vuole dire, lo so”

Lo sai, sì, e non ti devi spaventare così, non sarà difficile. E’ così che guarirai. Io mi sono già informato per te, perché sei una mia paziente, e ti conosco. Conosco quello che sei, i tuoi dubbi, ma anche ciò di cui sei capace. Vieni qui da poco, ma conosco la tua sensibilità, e la tua storia. Sei laureata, hai il tuo master, ma ti manca una cosa. E io penso che in questo periodo della tua vita, ora, questa sia la cosa più importante per te. E anche che tu possa riuscire a ottenerla.

“Lo so, io forse, ho già capito, è l’esame di abilitazione, per diventare a tutti gli effetti, una guida … una guida  “Sì, è questo, è proprio questo. Ma sai perché è così importante? Sai perché lo è” .. non so, non credo di capirlo come lo capisce Lei” … E’ semplice invece, e ora, lo capiremo insieme.

Prova a immaginare te stessa, che arrivi un pomeriggio a una mostra. Immagina di entrare, di vedere moltissime persone, tutte lì. Pensa al loro interesse, a quanto sia profondo. E ora immagina di nuovo te stessa, tu. Se tu fossi una guida, tu, tu andresti verso di loro. Non solo per fare il tuo lavoro, per spiegargli cosa stanno vedendo. C’è una ragione più profonda, e da ciò, da questo, dipende la tua guarigione

Tu andresti da loro perché avresti fiducia in loro, e non è solo questo. Saresti felice, intimamente, del fatto che loro, loro credono in te. Fermiamoci un attimo ora, so che non è facile.

“No, no andiamo avanti, io credo di capire. Se io potessi parlare così con gli altri, è vero, io mi aprirei, mi aprirei di più, e poi lo farei anche per loro, per ripagarli della fiducia che mi danno, è vero? “Certo che lo è, vedi lo hai capito”

Sì, è così. È vero, questa idea, questa idea ora è dentro di me, è già dentro di me, è entrata in me, io posso farcela, ci posso riuscire

“Tu non hai idea di quante persone ci siano là fuori, che hanno la tua stessa passione. E tu devi andare da loro. Questo è il modo in cui puoi farlo, lo farai?”  Sì, io posso, lo posso fare, io ci posso riuscire, posso

“E allora questa è la nostra ultima seduta. Ora devi tornare a casa, darti una mossa, e cercarti i tuoi libri!
 
 
 
 
 




Piccola casa sul lago 






Meteora


Se volessi ripartire da zero, potrei farlo in ogni istante … ma è più comodo lasciare che tutto scorra, abbandonarsi al destino … tanto non c’è nulla che possa durare per sempre. E’ soltanto una notte d’inverno e intorno a me su questo treno ci sono  persone indifferenti, così vicine a me, così lontane nei loro pensieri. Niente di nuovo qui, tutto è come te lo aspetti, sembrava volessero dirmi. Ma è stato un attimo, e all’improvviso si sono spente tutte le luci nel vagone e io ho guardato fuori. Era così meraviglioso: c’era il lago illuminato dalle stelle e sulla riva le case sembravano così piccole, ma così dolci, piene di poesia. Avrei voluto che tutti le osservassero, non vedevo una cosa tanto bella da secoli. Un attimo prima sembrava che tutto dovesse rimanere com’era, per sempre. Invece è cambiato tutto, in un istante ... Ma questa sensazione, il mio stupore, durerà per poco. Fra poco le luci si riaccenderanno e tutto tornerà com’era. Ma è bastato un istante, e ho ritrovato tutta la mia capacità di sognare. Tutto quello che ho visto di fronte mi è apparso come qualcosa di prezioso, di perdutamente prezioso. E non era una fantasia o un sogno, era reale, soltanto non era l’immagine consueta con cui identifico la realtà. E’ davvero così, la nostra realtà è soltanto un’immagine sfocata della bellezza che possono sprigionare le cose ... Questa quiete riflessa nel lago, il silenzio delle stelle. Non potrei mai volere che tutto questo scomparisse di fronte ai miei occhi





Piccola torre sul lago




 




grazie per aver visitato questo blog, 
tutti i racconti sono ispirati alle canzoni 
Nuvole rapide, Sole silenzioso 
e Gente Tranquilla 
dei Subsonica


" ... flusso, derive, parole, tutto si perderà"







  nell'arte-terapia il termine "catarsi" viene utilizzato sempre con il significato di "scarica, sfogo, liberazione"… nelle arti-terapie, attraverso la rappresentazione, la persona può prendere contatto e comprendere gli aspetti più profondi della sua realtà psicologica ed esistenziale. Da una “distanza estetica” la persona può esperire le proprie emozioni senza esserne sommerso, può "capire sentimentalmente", liberando il proprio vissuto attraverso la catarsi. Grazie alla catarsi, è quindi possibile attribuire un senso alle proprie esperienze di vita, e ritornare in possesso di tutte quelle energie che, fino a quel momento, l’individuo costantemente impiegava in meccanismi di difesa autoimposti, volti a mantenere gli equilibri del conscio.

sintesi estratta dai libri:
Carlo Diano, La catarsi tragica, in Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, Vicenza 1968
Carlo Diano, Edipo figlio della Tyche, in Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, Vicenza 1968
Platone, Fedone.
N. Abbagnano / G. Fornero, Protagonisti e testi della filosofia, 1° vol., Paravia, Torino 1996.
F. Cioffi et al., Diàlogos, 1° vol., Bruno Mondadori, Torino 2000.
N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1971 (seconda edizione).
F. Brezzi, Dizionario dei termini e dei concetti filosofici, Newton Compton, Roma 1995.
E.P. Lamanna / F. Adorno, Dizionario dei termini filosofici, Le Monnier, Firenze (rist. 1982).





" ... si vede come si vuol vedere 
ed è questa falsità che costituisce l'arte  ... "  

Edouard Manet




in ricordo di Cinzia