La scia di una cometa
La deriva
Il telefono suonò una, due, tre volte. Maddie se ne accorse e non vi pose nessuna attenzione, nessuno poteva essere veramente intenzionato a parlare con lei. Lo pensava davvero e la sua convinzione era tanto forte, fino ad essere pericolosa. Si era appena svegliata. Lasciò scorrere il tempo scorrere senza chiedersi perché stesse passando. Era un giorno silenzioso. Da pochi mesi era diventata adulta, aveva oltrepassato il confine tra una vita spensierata e inconsapevole e un’esistenza in cui per la prima volta il futuro appariva come qualcosa di pericoloso, come una terra difficile da conquistare. Le bottiglie erano tutte sul tavolo, vuote a una prima occhiata, in realtà piene della sua solitudine. Le serviva molto più di una scossa, perché tutto questo era sbagliato e di questo lei in fondo era consapevole. La casa era immersa nel silenzio, i pensieri se ne andavano sempre più lontano, Maddie sprofondò nel sonno. Fuori la città da un pezzo si era messa in moto e brulicava di rumori, di parole urlate, di chiacchiere e vociare. Fin da quando era arrivata in città si era sentita un’intrusa; la sua testa era altrove e non teneva il passo con il carattere di un posto tanto incredibilmente laborioso. Incompatibili. Questa era la parola esatta che Maddie usava per giustificarsi con i suoi genitori per spiegare il suo rapporto con Milano; era una città senza riguardo per nessuno, una città che non ti accoglieva, anzi. Ma solo chi ci viveva poteva capirlo. Tornare a casa? No, la provincia era un posto per bambine, Maddie invece voleva essere una donna. E’ solo che qui bisognava battersi per esserlo. Qui dove il lavoro era pagato il minimo, la vita era cara il doppio e la vita sociale aveva il costo di un aperitivo. Ma tutto questo era una prova, una sfida buttata lì dalla vita. Maddie era triste perché non lo capiva, per anni aveva dato tutto per scontato, per anni tutto era sembrato facile, e così ora le difficoltà apparivano come degli scogli che oscuravano la vista del mare, così impossibili da valicare. Il telefono squillò ancora, in modo addirittura impertinente. “Mmm … Pronto ?” “Maddie? Ci sei?” “Angela, ma che ore sono?” “Sei sveglia? Dormi?” “Mmm … No, quasi sveglia” “E’ domenica oggi, passo da te? Ti porto a Varenna, andiamo a vedere il lago” “E’ vicino? Quanto ci mettiamo?” “Boh, un’oretta, dai, stiamo insieme, prendo la macchina e vengo lì” “Ehh … va bene, ti aspetto, hai già fatto colazione?” “Io sì dai, preparati, arrivo”. Così Angela mise giù il telefono e per un attimo fu tanto triste, ma solo per un attimo, perché aveva già capito cosa aveva fatto Maddie da sola la sera prima e ne fu dispiaciuta. C’era questa differenza fra i loro due caratteri: Maddie si chiudeva sempre in se stessa, mentre Angela se la andava sempre a riprendere, ed era felice di poterla ritrovare. Questa felicità poteva dare un senso alla giornata. Per Angela la felicità nasceva dallo stare insieme, Maddie invece era introversa, troppo cupa. Sembrò passare un attimo, un attimo breve e partirono, Varenna era molto vicina. “Ma ci sei già stata?” “Sì vedrai che bello, c’è anche tanta gente ... poi ti passa anche il musone” “Mmm … sono terribile oggi, per fortuna mi hai tirato giù dal letto” “Ci vuole la domenica per andarsene via, questa città non è nostra. Varenna mi piace tanto invece, ci sono anche i cigni, ci prendiamo un gelato sul lago e poi c’è anche una villa bella, mi pare Villa Monastero si chiama, ci è andato tipo Napoleone, me lo ricordo perché ci sono stata. Metti su la musica, Where is my mind dei Pixies”. In un attimo c’era solo la strada, costeggiava il lago. “Ma che bella è questa strada! È di fianco al lago, a due passi” “Davvero”. Solo curve, una curva dopo l’altra, i visi quasi sempre rivolti verso il lago, una giornata appena iniziata, le onde a un passo da loro “Ma è così bello questo posto? Come l’hai trovato?” “Sai perche sei triste Maddi? Perché non hai un rapporto con la natura. Finito il lavoro ti chiudi nel tuo monolocale e via. Non è colpa tua, certo, ma io sono la tua amica e devo dirtelo” “Mmm … Mi piace perché quando mi dici queste cose, così a bruciapelo, non mi offendo neanche” “Brava, è perché non è un’offesa, io sempre la domenica vado o in montagna o al lago, ovunque ci sia qualcosa che mi riporti alla realtà, e la realtà non è la strada asfaltata intorno a cui abitiamo ma la natura, pensa che in fondo l’uomo è sempre stato a contatto con la natura, per secoli. Pensa a quando attraversava gli oceani, lasciandosi guidare dalle stelle. Oppure al fatto che ci sono erbe con le quali ti puoi guarire: i monaci guarivano le persone perché conoscevano tutte le piante utili, andavano insieme a raccoglierle e le conservano nei conventi” “Facevano anche la birra” “difatti non era come quelle nelle bottiglie al supermercato” “Sembrerebbero passati secoli, invece in fondo è durato fino a poco tempo fa” “Bene mi piace che siamo diventate intellettuali, proprio mentre ascoltiamo i Cure. Secondo me, ora tutto sembra apparentemente più facile, ma l’uomo spiritualmente si è molto svuotato. E’ che tutto è in mano ai computer, prima dicevamo dell’uomo che attraversava i mari tracciando le rotte con le stelle, adesso non è più così. Sali su una nave, dici al computer la rotta e quello ti porta, il più è fatto e puoi andare ovunque, però se ci pensi dev’esserci in questo molta poca soddisfazione” “Sì, credo anch’io, tutte le navi, gli aerei, i treni sono guidati dai satelliti, praticamente il popolo che comanda è quello che governa il cielo. E se tipo un meteorite mettesse fuori uso dei satelliti qui sotto si spegnerebbe tutto, game over, e noi non sapremmo più dove andare” “Davvero. Pensa alla differenza con l’uomo dei secoli passati e con quello di oggi. Ti parlo dei viaggiatori, ogni rotta che conosciamo è stata scoperta da qualcuno che si è spinto per primo dove non c’era un sentiero da seguire. Ogni viaggio portava con sé una volta finito una nuova conquista. Ora non funziona più così, noi non abbiamo per nulla questo stimolo” “Non ci avevo mai pensato” “Neanch’io sai? Me l’hai fatto venire in mente tu adesso” “Quindi mi stai dicendo che paradossalmente noi pensiamo di essere molto evoluti, ma in realtà stiamo andando indietro, perché non conosciamo più la terra su cui camminiamo” “Beh, sì ... Secondo me noi oggi passeremmo una bella giornata tutta immersa nella natura. Secondo me la natura oggi farà talmente bene alle nostre anime che riusciremo a sopravvivere una settimana inscatolati nel nostro ufficio”. “Davvero, inscatolati è il termine giusto” “Questa cosa di cui parliamo, la vedi benissimo nell’arte. I pittori di una volta impazzivano per rappresentare la natura, perché era la cosa più bella che avessero mai visto. Guarda i girasoli di Van Gogh, o le ninfee di Monet. Adesso invece non c’è un pittore che sappia dipingere una rosa, probabilmente perché non gli interessa neanche. Eppure se io fossi un artista, penso che impazzirei per riuscire a riprodurre sulla tela i colori dell’alba, la dolcezza di un sorriso, le sfumature del cielo della sera, Dio è il primo artista” “Ok, ti seguo, quindi mi stai dicendo che tipo questi pittori, tutti, rappresentavano la natura e che alla gente piaceva l’arte perché ci vedeva qualcosa di bellissimo e di tangibile, qualcosa che conosceva” “Già, adesso invece gli artisti sono chiusi nei loro mondi … e rappresentano solo quello che interessa a loro. “Quindi l’arte invece di essere una cosa in cui si riconoscono tutti è un mondo privato. Così tu non puoi capire fino in fondo un quadro ...” “Ma secondo me questo ha conseguenze sociali … del tipo: pensa che una volta i pittori si riunivano in gruppi. Se tu ad esempio vivevi nell’Ottocento e ti capitava di passare di fronte al Golfo di Napoli ti saresti trovata di fronte una schiera di pittori che stavano dipingendo il mare, e poi lì ti vendevano il quadro. Capisci che contatto diretto con la natura? Il pittore e il compratore amavano la stessa cosa. Non avevano la fotografia, e così si portavano a casa il loro pezzettino di golfo da guardare”. “E quindi dici che adesso uno neanche penserebbe di prendersi un dipinto che raffigura il cielo, perché per noi è banale, mentre tempo fa aveva un significato intimo, magico … Poi d’un tratto le parole di Angela si fecero lontane, di colpo tutto sembrò sparire, come in un vortice, Maddie si svegliò, di soprassalto. La stanza tremava tutta, cadevano i libri, i cd, tutti i piatti, in pochi secondi una forza spaventosa sembrò prendersi il controllo di ogni cosa, un terremoto, pochi attimi, così intensi, pochi attimi e tutto passò. Maddie era nel suo letto, confusa, non aveva avuto neanche la forza di alzarsi, si guardò intorno, vide tutte le bottiglie vuote per terra, ma quante erano? Vide la finestra aperta, di fronte a sé, non si era buttata … Si sentiva male, era come se dentro stesse bruciando, in un momento se ne ricordò: aveva preso tante pillole …
Il buio


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