Giovani giorni
Bagliori di rugiada
Avevo appena perso il mio lavoro, ma la cosa per me non aveva la minima importanza. Bighellonavo per la città senza arte né parte, fermandomi ogni tanto a guardare le vetrine delle boutiques, perfettamente addobbate, meravigliosamente creative, proprio come piacevano a me. Era uno dei miei più grandi piaceri, allora, passeggiare per le strade, fermandomi davanti ai negozi. Adoravo vedere come veniva esposta la merce, nessuno se ne rende conto ma è terribilmente creativo. Me ne stavo lì, davanti a una vetrina di dolci e caramelle, quando la notte venne a prendermi. Si era presa le sembianze di Luca, un ragazzino sedicenne, come me. Luca mi toccò la spalla da dietro, lo conoscevo da un pezzo e non ne fui sorpreso. “Kev! Cosa ci trovi in questa vetrina?” “Niente”, bofonchiai, non mi andava di spiegargli quanto in realtà mi piacesse. “Andiamo giù al ponte! sotto al molo”. Gli andai dietro, senza entusiasmo, pensai che non avevo nulla da fare, perché non avevo un lavoro. “Vieni con me, ci fermiamo dove passano le barche”. Ricordo che quel posto piaceva molto ai bambini perché i marinai facevano sempre suonare i loro “clacson” quando passavano, così per divertimento. Ci sedemmo vicini, i piedi sfioravano l’acqua, Luca aveva un’espressione terribilmente seria. “Vuoi provare qualcosa di grande? Non voglio tenerlo solo per me”. “Sì dannazione” risposi. Ero arrabbiato, sconvolto per essere stato cacciato dalla bottega di Soldati, vecchio puzzolente, avevo fatto del mio meglio. Guardavo Luca era tutto l’opposto di me, era febbricitante. Tempo dopo, ripensando a quel pomeriggio, il più meraviglioso e cupo della mia vita, capii che era sconvolto e aveva solo bisogno di qualcuno che lo accompagnasse mentre faceva il salto. Mi portò con sé, né io né lui ci rendevamo conto di cosa stavamo facendo. Due pillole rosa, una per ciascuno. La mia la buttai giù con rabbia, senza pensarci. Ricordo che aveva appena cominciato a piovigginare e le gocce mi bagnavano il viso. Quello che avvenne dopo lo tengo ben stretto nella mia memoria. Non sarebbe dovuto succedere. Fu enorme, fu troppo, fu straordinario. Non posso descriverlo con le parole. Dico solo che fu come essere una farfalla che ha appena imparato a volare. Vidi elefanti di luce vibrare nel cielo, pensai per tutto il tempo di stare camminando, correndo attorno alle stelle.
Sono passati anni e adesso sono qui, chiuso fra le pareti di questa clinica, non potrò più uscirne. Sto solo approfittando di un attimo di lucidità per scrivere i miei pensieri, per liberarmi di tante paure, delle mie angosce. Manca poco, sono cosciente, mentre tutto sta per finire. Non so che fine faranno questi fogli, qualche inserviente forse li butterà, oppure li conserverà e qualcuno potrà leggerli, lo vorrei tanto. Così quello che ho passato potrebbe servire a qualcuno, a qualche ragazzo stupido e ingenuo, dannatamente incosciente come lo ero io. Tutto quello che accadde dopo il primo volo è stato terribile Non è possibile avere la forza per uscire da un vortice che ti trascina fino in fondo, che ti consuma, che brucia ogni istante. Da allora ho passato il mio tempo cercando di trovare la forza per riprendermi la mia vita, sognando di poter ricominciare tutto da capo, di guardare il mondo con gli occhi di un bambino. Nessuno può capire quanto sia importante tutto questo, quanto sia davvero importante, io lo so. Ho passato anni vedendo il cielo oscurato da un’eclissi che non ha mai avuto fine, sono un junkie, ho vissuto una dipendenza. Ho buttato via tutto in un istante perché ero stato deluso. Vorrei dire questo anche soltanto a uno dei ragazzi che stanno per precipitare nel mio stesso incubo.
Se avessi amato di più la vita non l’avrei gettata via così stupidamente. La mia vita, la cosa più importante che avevo.
Dio mi punirà per aver fatto questo, oppure mi darà una pacca sulla spalla, e poi mi consolerà. Non manca molto a scoprirlo
Angelo in volo


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